Partito di Alternativa Comunista

Università al collasso: tra precariato strutturale e industrializzazione della mente

Università al collasso:

tra precariato strutturale e industrializzazione della mente

 

 

 

di Vincenzo Spagnolo e Cecilia Valenti (ricercatori universitari)

 

 

Qual è lo stato di salute dell’università italiana e dei suoi lavoratori? La risposta a questa domanda non è né entusiasmante né diversa da quella che potremmo ottenere spostando il quesito verso altre realtà lavorative, o allargando la prospettiva da un quadro particolare ad uno generale. Una sola parola descrive tutto nella sua essenzialità e durezza: collasso!

 

Da università pubblica a università “azienda”

Il collasso del sistema universitario è più che evidente in tutta la sua drammaticità ed è fondamentalmente riconducibile ad un unico elemento principale: la dinamica sempre più spinta di privatizzazione del pubblico. La trasformazione dell’università pubblica in “azienda”, con meccanismi esattamente speculari a quelli applicati alla sanità e all’istruzione, è un processo lungo che ha trovato nella famigerata Legge 240/2010 (per ora) il suo massimo modello di espressione.
L’opera di smantellamento del sistema universitario è stata attuata, dalla legge Gelmini, nell’ottica generale di drastica riduzione della spesa pubblica, avviata dalla stagione di profonda crisi economica esplosa con il 2008. Il progetto criminale di questa legge prevedeva, attraverso vari passaggi: 1) un taglio drastico della spesa pubblica, 2) la precarizzazione selvaggia dei lavoratori della ricerca, 3) la privatizzazione gestionale ed economica, 4) l’accentuata polarizzazione delle università in centri di serie A e di serie B. Nel suo complesso, secondo una prassi ben consolidata, la borghesia ha utilizzato il proprio “comitato d’affari” (che nel caso in questione è stato rappresentato da un governo di centrodestra) per far ricadere i costi della crisi interamente sui lavoratori.
La narrazione borghese attorno ai massicci tagli subiti dall’università italiana ha fatto leva sulla necessità di un sacrificio collettivo, duro ma indispensabile per uscire dalla crisi. Con la solita retorica populista, sono state imputate alla stessa università le colpe dei tagli, evocando casi di “nullafacenza” e “nepotismo” e generalizzandoli ad elementi strutturali di un sistema corrotto. Guarda caso, la mannaia giustizialista si è però abbattuta sugli anelli più deboli e sui precari, per nulla scalfendo ma anzi potenziando il ruolo di certe baronie. Già nel 2019, IlSole24ore riportava, per il decennio 2007-2016, un taglio alla spesa pubblica per la ricerca pari al 21% (1). Tutto ciò si è tradotto in mancato turnover e blocco assunzioni, moltiplicazione dei contratti precari usa e getta (decisamente meno costosi rispetto alle posizioni stabili), accorpamenti improbabili di corsi di laurea tra loro incompatibili (pur di mantenere i parametri minimi di sopravvivenza), netta riduzione della varietà e qualità della didattica, minori capacità (in particolare per gli atenei più deboli) di mantenere in piedi autonomamente corsi di laurea e linee di ricerca. Curiosamente, però, tale politica di austerity sembra non applicabile ad altre voci di spesa dello Stato borghese, come quella militare, che non solo non ha subito significative contrazioni, ma non ha neppure visto mettere in discussione la partecipazione dell’Italia ai vari teatri di conflitto, dal Medio oriente all’Africa (2). Nella sostanza, l’interesse di rapina della borghesia nostrana verso i Paesi dipendenti è ben al sicuro rispetto a qualunque crisi.
Questa operazione di chirurgia sociale è stata sostanzialmente attuata mediante una brutale decapitazione della funzione della ricerca pubblica e attraverso la marcata aziendalizzazione dell’università.
Il primo obiettivo è stato raggiunto eliminando la figura del ricercatore a tempo indeterminato (che significa cancellare la ricerca di lungo termine) e legando la sua funzione fondamentale ad una pletora di forme contrattuali precarie e iper-sfruttate, sottoposte a continuo ricatto economico (il che implica, evidentemente, inchiodare la ricerca a meri progetti di breve termine, ossia la morte della ricerca). Dovrebbe essere superfluo ricordare ciò che, evidentemente, sfugge a molti luminari: l’università svolge due funzioni fondamentali, separate ma complementari (didattica e ricerca), che richiedono professionalità ben distinte. Non si può sopprimere o ridimensionare una di queste funzioni senza ottenere un effetto analogo sull’altra. L’enorme precariato prodotto da questa manovra, costituisce di fatto la spina dorsale su cui poggia l’intero onere della ricerca (inclusi i risultati scientifici più importanti raggiunti negli ultimi anni) e di parte della didattica. Ormai la proporzione tra personale precario e strutturato è praticamente pari, basta osservare l’andamento dei numeri pubblicati da diverse fonti, in cui, peraltro, non sempre figurano i dottorandi e i borsisti post-doc (3).
L’obiettivo dell’aziendalizzazione dell’università è stato espresso secondo due forme: l’intervento diretto del privato nel finanziamento pubblico e la gestione di tipo aziendalistico. Chiunque, dotato delle facoltà minime di raziocinio, non può che intuire come una politica di questo tipo avrebbe comportato effetti devastanti sulla qualità dei servizi offerti e sull’intero sistema. Vincolare un servizio pubblico (che risponde a logiche di equità e qualità) al finanziamento privato (che risponde a logiche di profitto e quantità), infatti, implica denaturare il servizio stesso (in questo caso didattica e ricerca universitarie), trasformandolo in un prodotto. In termini pratici, la dipendenza dell’università da una quota significativa di finanziamento privato si traduce sia in termini di direzionalità privilegiate dei fondi verso aree disciplinari con ritorno economico immediato (in particolare verso le cosiddette scienze applicate, a discapito di altre scienze meno vendibili) che in perdita della stessa libertà di ricerca (in quanto condizionata dall’origine dei fonti ricevuti) (4). In sintesi estrema, rendere la ricerca pubblica dipendente dal finanziamento privato comporta pesanti forme di ricatto, che svuotano la scienza del proprio significato. Quanto lontano è tutto questo da quanto affermava Trotsky: «Esiste una differenza nel grado di previsione e di precisione ottenuto nelle varie scienze. Ma è attraverso la previsione – passiva in alcuni casi, come in astronomia, attiva come in chimica e nell’ingegneria chimica – che la scienza è in grado di verificare sé stessa e di giustificare il proprio fine sociale. Uno scienziato singolo può non interessarsi affatto dell’applicazione pratica della sua ricerca. Quanto più ampio è il suo scopo, quanto più audace il suo volo, quanto più grande la sua libertà dalle necessità pratiche quotidiane nelle sue operazioni mentali, tanto meglio sarà. Ma la scienza non è una funzione dei singoli scienziati; è una funzione pubblica» (5).
L’altra forma di aziendalizzazione dell’università si è espressa attraverso la burocratizzazione gestionale e l’introduzione di forme “quantitative” di valutazione dei “prodotti”, secondo una nemmeno velata logica di mercato e produzione industriale. È palese che il definanziamento pubblico ha giocato in coppia con l’introduzione di forme inique, inefficaci e inadeguate di valutazione “qualitativa” delle università, della loro “produzione”. Sotto lo stendardo della meritocrazia tante volte sventolato e abusato, si cela la più becera forma di amputazione delle possibilità di sviluppo della ricerca pubblica. Questa meritocrazia, oltre a svuotare di significato il concetto stesso di merito, ha sempre più alimentato caratteri tossici come la competizione spietata (in luogo della cooperazione), l’individualismo (in luogo del senso di gruppo di ricerca), la sopraffazione dei più “furbi” (in luogo della crescita dei più capaci), il tutto per arraffare le poche briciole concesse dai padroni. Tutta una genìa di “qualità” che sono diametralmente opposte a quelle richieste in un gruppo di ricerca sano, prima che nella stessa università pubblica.

 

Precarizzazione, sfruttamento e malessere psicologico

L’azione combinata della precarizzazione all’interno di questo ambiente tossico ha determinato un preoccupante incremento di stati di malessere psicologico presso i lavoratori della ricerca, come mostrato da una recente indagine conoscitiva di Adi (Associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca in Italia) relativa alle condizioni di lavoro delle dottorande e dei dottorandi di ricerca, i cui risultati sono stati presentati al Senato della Repubblica il 12/05/2022 (6). Questo dato è anzitutto fortemente connesso alle condizioni (a)contrattuali del dottorato di ricerca stesso, poiché il dottorato è, in effetti un lavoro senza contratto e chi fa parte della categoria viene appunto assimilato agli studenti. L’apparente insignificanza dell’assenza di un contratto ha, al contrario e nella realtà dei fatti, delle ricadute significative sulla vita delle dottorande e dei dottorandi, quali, in primis, una retribuzione salariale insufficiente rispetto al costo della vita soprattutto nelle grandi città italiane, nelle quali, in una logica di iniqua distribuzione dei (pochi) fondi destinati alla ricerca, si concentrano i grandi atenei che bandiscono il maggior numero di percorsi di dottorato (7). Poi, alle preoccupanti condizioni di scarso benessere materiale si uniscono fattori di ordine sociale e lavorativo, determinati, ad esempio, dalla diffusa presenza di un certo “agonismo accademico” da cui scaturiscono dinamiche molto competitive all’interno dei singoli ambienti lavorativi, le quali, in ultima battuta, contribuirebbero notevolmente, sempre secondo la stessa indagine di Adi, al deterioramento del benessere mentale delle dottorande e dei dottorandi. Gli appartenenti a questa categoria sono, infatti, i più colpiti da patologie quali ansia e depressione, scaturite, appunto, dalle condizioni di un lavoro sottopagato e iper-arrivistico, dettato esso stesso da un sistema in cui si premia la quantità rispetto alla qualità; patologie che emergono anche, all’interno del più deludente quadro generale evocato in queste pagine, in relazione all’assenza di progettualità dei singoli rispetto al proprio futuro lavorativo, che li costringe, nella maggior parte dei casi (circa il 90%, secondo i dati Adi), ad essere espulsi dal percorso accademico e cercare lavoro altrove. Oppure, in una forse peggiore ipotesi, ad aspettare che si presenti l’occasione giusta per poter raggiungere l’agognata stabilità dell’associatura, ottenuta col sangue, bando dopo bando, concorso dopo concorso, secondo tappe stabilite che il Ministero dell’università e della ricerca ha, recentemente, deciso di modificare ulteriormente.

 

Dalle riforme nulla di buono

Di fronte a questo collasso di sistema, l’ennesimo attacco padronale passa infatti sotto il nome “riforma del preruolo” (DL 36/22). Quello che è importante sottolineare è che, pur col declamato intento di ridurre la precarietà, questo intervento normativo non migliora di una virgola le condizioni del sistema. Pur con l’introduzione di miglioramenti oggettivi nelle condizioni dei lavoratori precari (soprattutto in termini di definizioni contrattuali) (8), manca, di fatto, una reale volontà nei confronti di un serio intervento strutturale: tale norma costituisce l’ennesima toppa temporanea per “salvare il salvabile”, aumentando le contraddizioni sul medio termine. Si veda, ad esempio, l’utilizzo smodato di fondi del Pnrr per attivare posizioni a termine secondo la stessa proposta di legge (es. RTD A), che allargano in modo spaventoso il fronte dei precari. Si veda il persistere di una non volontà di restituire alla ricerca il suo proprio valore, anche mediante figure di ruolo appositamente dedicate. Si veda il “tetto di spesa” nottetempo apparso nel disegno di legge per limitare drasticamente l’ammontare della spesa pubblica (9) che comporterà un calo di assunzione nella nuova forma contrattuale di ricerca (precaria) di oltre il 50% rispetto all’attuale, vista l’impossibilità, per molti dipartimenti e gruppi di ricerca, di disporre dei fondi necessari ad attivare tali posizioni. Se non fosse chiaro l’impianto di totale continuità con la precedente riforma, se non fossero chiari i giochi di potere dietro questo disegno, verrebbe dunque da pensare che l’attuale riforma del preruolo sia soltanto il pasticcio uscito male di una ciurma di dilettanti allo sbaraglio messi lì a cercare di gettare le scialuppe di salvataggio prima che la nave affondi.

 

Possiamo vincere solo unendo le lotte

Di fronte a questo ennesimo scempio del servizio pubblico, ancora una volta è palese come nessun miglioramento oggettivo delle condizioni dei lavoratori sia quindi possibile senza la lotta. A questo scopo, è necessario uscire dalle divisioni di categoria, unendo le rivendicazioni dei precari dell’università a quelle degli altri lavoratori, perché siamo tutti parte di un medesimo puzzle e nessuno si salva da solo. Per quanto malamente mascherato dai media, un clima di malcontento generalizzato sta infatti attraversando il Paese, traendo origine dal peggioramento della qualità della vita che è innescato e alimentato dal totale fallimento del modello economico e sociale capitalista. Un peggioramento che non può trovare risposta nelle mani degli stessi carnefici che ne sono la causa. La responsabilità nella creazione di un effettivo e duraturo cambiamento è, dunque, nelle mani degli stessi lavoratori, i quali, per fare ciò, devono realizzare un fronte unico di classe (tentativo rappresentato dal Fronte di lotta no austerity), che sia valido al di là della logica divisiva cui siamo purtroppo abituati. Solo il rovesciamento, unitario e potente, del sistema corrotto capitalista permetterà infatti la costituzione di una società nuova e libera dalle logiche di profitto; una società che possa portare a un reale e tangibile miglioramento delle possibilità di sopravvivenza dell’umanità.
In un momento in cui la crisi dell’imperialismo si incrocia col countdown del deterioramento climatico, appare sempre più drammaticamente profetica l’alternativa: socialismo o barbarie.

 

Note

1) https://www.ilsole24ore.com/art/ricerca-italia-tagliato-21percento-fondi-10-anni-AB8cCHgB

2) https://www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/governo-draghi-soldi-per-il-riarmo-austerita-per-i-lavoratori https://www.repubblica.it/economia/2022/03/12/news/la_spesa_militare_italiana_molto_per_il_personale_poco_per_laddestramento-341071850/

3) https://www.unrest-net.it/strutturati-e-non-strutturati/

4) Emblematica, in tal senso, è la posizione di taluni eminenti scienziati rispetto a problematiche critiche come quella dei cambiamenti climatici (es. https://www.huffingtonpost.it/entry/antonino-zichichi-il-cambiamento-climatico-dipende-dalle-attivita-umane-per-il-5-non-confondiamolo-con-linquinamento_it_5d91cef6e4b0ac3cddab740f/).

5) L. Trotsky, Opere Scelte, Volume XIII, Cultura e Socialismo. D. I. Mendeleev e il marxismo. «Materialismo dialettico e scienza», 17 settembre 1925, p. 160.

6) https://www.youtube.com/watch?v=XeDQuE33gHY

7) Nel loro insieme, tutte queste dinamiche hanno portato ad una sempre maggiore polarizzazione dei finanziamenti verso centri d’eccellenza (e in genere verso specifiche linee di ricerca applicata), a netto discapito delle realtà più piccole, ridotte, nei fatti, a poco più che istituti superiori. Tale polarizzazione, in larga parte, corrisponde alla ripartizione geografica della ricchezza industriale e finanziaria del Paese (es. https://dottorato.it/content/appunti-sul-finanziamento-del-sistema-universitario-pubblico-ADI-2021).

8) https://dottorato.it/content/%C3%A8-disponibile-la-guida-adi-alla-riforma-del-preruolo-2022

9) https://www.flcgil.it/universita/riforma-pre-ruolo-dell-universita-un-tetto-di-spesa-nel-passaggio-da-assegno-di-ricerca-ai-nuovi-contratti-di-ricerca-insensato-e-vergognoso.flc

 

 

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